29 marzo 2018

L’arte introspettiva, originale e contemporanea di Keziat

Oggi vi parlo di un’eccezionale artista pugliese, dunque mia conterranea, che si chiama Kezia Terracciano, in arte Keziat. Proprio di recente ha debuttato (il 15 e 16 marzo) presso il prestigioso The Centre for the Less Good Idea, uno spazio dedito a performance multidisciplinari e sperimentali fondato e gestito da William Kentridge, con il suo terzo ciclo di mostre e performance dal titolo Introspective.

Scopriamola meglio attraverso quest’intervista che ho realizzato per voi in cui si parla non solo della sua arte ma anche delle origini del suo nome, dei problemi razziali e dell’universalità dell’arte, oltre che dell’importanza dell’essere artisti oggi. Buona lettura!




Ciao Keziat, benvenuta su Art and Cult Blog! Non ti nascondo che inizialmente mi ha molto incuriosito il tuo nome; pensavo fosse un nome d’arte da musicista quasi, invece ho letto che ti chiami proprio Kezia (Terracciano) e sei pure pugliese, un nome non certo usuale qui al Sud, specie in Puglia.. 

Il mio nome effettivamente è lontano anni luce dalla Puglia. Mio padre, che era una persona fuori dagli schemi, si imbatté in un libro intitolato “The Doll’s House” di Katherine Mansfield, poco prima che nascessi. Cosi, insieme a mia madre decisero di chiamarmi Kezia, come la bambina del racconto. La "T" finale è ovviamente solo l’iniziale del mio cognome. Grazie a questo strano nome (ero veramente l’unica all’epoca a non avere un nome tradizionale e tramandato dalla famiglia) e la capacità di disegnare qualsiasi cosa sin da piccola (a 4 anni realizzavo delle storie a fumetti con una vecchia signora del paese come protagonista) mi sono sempre sentita un po' diversa dagli altri bambini. Credevo addirittura di provenire da un altro pianeta.

So che hai appena debuttato presso il prestigioso The Centre for the Less Good Idea di Johannesburg, in Sudafrica, per il terzo ciclo di mostre del tuo progetto Introspective. Com’è andata?

Un’esperienza incredibile. Eravamo nel cuore pulsante e anche problematico per l’estrema povertà in cui vive la gente di colore in contrapposizione ai ricchi bianchi di Johannesburg. "The Centre for the Less Good Idea” è  uno spazio in cui si respira arte in ogni angolo ed è per questo un simbolo di integrazione. Fondato dall’artista William Kentridge, che ha il suo studio proprio lì. Per me è stato un onore pazzesco poterlo conoscere e poter portare il mio lavoro in un luogo cosi importante. La performance “Music for Your Eyes”, che abbiamo presentato io e Luca Ciarla - straordinario violinista, altra mente del progetto e mio compagno nella vita - in collaborazione con Kayla Schultze e Clina Katzke, della compagnia di danza “Darkroom Contemporary” di Capetown, è stata un’emozionante interazione tra le arti. Abbiamo trasformato un lavoro di gruppo in una magnifica opera unica. Il pubblico era incantato.



Non sei comunque al tuo primo debutto internazionale da ciò che ho notato: dopo la laurea (presso l'Accademia di Belle Arti di Foggia) ti sei data da fare per presentare le tue opere su vasta scala, andando fuori dall’Italia e arrivando fino a New York, Singapore, Bangkok. Ecco, che differenze hai notato nella ricezione della tua arte, a livello di pubblico? Ti sei sentita più capita, come artista, in qualche nazione in particolare piuttosto che nella tua stessa nazione? 

A livello di pubblico nessuna differenza, ovunque ho esposto o mi sono esibita ho sempre avvertito un forte entusiasmo verso il mio lavoro, da New York a Singapore, da Amsterdam a Bangkok, da Miami a Roma. L’arte è un linguaggio universale che va al di là del luogo di appartenenza o della propria condizione sociale. Il mio stile poi, la mia ricerca, è molto riconoscibile e quindi colpisce molto sia tecnicamente che emotivamente attraverso i racconti visionari delle mie opere. I temi trattati sono abbastanza “leggibili" ovunque perché richiamano le emozioni umane e la voglia di fuggire dalla realtà. In Italia il mio nome ha cominciato a girare soprattutto dopo piccoli traguardi conseguiti (collaborazioni con case editrici di New York e Hong Kong, esposizioni presso gallerie e musei internazionali e anche una collaborazione con una casa di produzione cinematografica hollywoodiana) e devo dire che poi ho avuto il piacere di lavorare con persone eccezionali anche qui, che io considero "illuminate“ e lungimiranti e spero che ce ne siano sempre di più.

A proposito di esplorazione di nuove forme d’arte, tu sei un’artista completa poiché non ti sei cimentata finora solo con tele o dipinti, ma anche col fumetto, l’illustrazione, la video-installazione e pure con la musica (come nella recentissima Music for your eyes, in collaborazione con Luca Ciarla). Quale di queste dimensioni ti è più congeniale? 

Praticamente tutte. Il messaggio che trasmettono le opere, secondo me, è importante tanto quanto il mezzo che si usa per realizzarle. Mi piace narrare il mio mondo, la mia quotidianità alterata, le mie stralunate visioni con mezzi diversi. Ovviamente il disegno, realizzato sempre con le semplici biro, per me rimane la base su cui costruire ogni opera, anche se poi diventa una video installazione. Mi piace tanto sperimentare, sfidarmi, evolvermi ecco perché dal disegno mi allontano e poi ci ritorno. Mi piace l’idea di partire da un mezzo semplicissimo per arrivare ovunque.  È tutta una questione di testa, secondo me.



Ci parli del tuo ultimo progetto “Introspective”?

L’introspezione ci porta a conoscere noi stessi scavando lentamente sempre più in profondità, da questa idea di base è nato ed è stato costruito l’intero progetto. Dopo “Visionaria” e “Hybrids”, è un nuovo ciclo di eventi che si alterneranno in luoghi  prestigiosi in Italia e all’estero, che di volta in volta verranno svelati. La prima tappa è stata proprio a Johannesburg con le due performance. Al termine di questo terzo  ciclo sarà realizzato anche un folle cortometraggio e un catalogo.

Se tu potessi dare un consiglio a chi vuole intraprendere la carriera di artista quale sarebbe? Si può riuscire a lavorare di sola arte o è pura utopia?

L’artista oggi deve avere una mente aperta e una capacità quasi manageriale. Cioè, deve creare il suo mondo, le sue opere (che devono essere anche ben riconoscibili, con uno stile molto personale, quindi deve lavorare molto) ma deve anche imparare a promuoversi, deve avere idee per realizzare progetti, proporsi, cercare nuove connessioni. Insomma non può stare fermo e immobile aspettando che qualcosa accada. Se si fanno le scelte giuste (in mezzo anche a tanti errori inevitabili) e si segue un proprio percorso senza farsi condizionare dalle mode e dal mercato ma portando avanti un proprio linguaggio, alla fine si riesce a trasformare questa passione in un lavoro vero. Come è accaduto a me che riesco a lavorare di sola arte. Non è un’utopia, però sicuramente non è nemmeno semplicissimo arrivarci. Ci vuole una determinazione fuori dal comune e una forte dose di incoscienza.


Grazie mille per la tua disponibilità!

Grazie a voi!

marzo 29, 2018 / di / 2 Comments

2 commenti:

  1. Complimenti per l'interessante intervista!
    E' decisamente un piacere seguirti e scoprire nuovi artisti
    Trovo realmente affascinanti le parole di quest'artista che riporto " Mi piace tanto sperimentare, sfidarmi, evolvermi
    mi piace l'idea di un mezzo semplicissimo per arrivare ovunque"
    Adriana
    natipervivereblog.com

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  2. Grazie mille Adriana! Si, Kezia è in effetti molto interessante!
    Un carissimo saluto. :-D

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