20 febbraio 2018

Alla scoperta del Museo dei Botroidi di Luigi Fantini, a Bologna

Immerso nel verde della vallata bolognese, a caratterizzare l’area della Val di Zena - nel comune di Pianoro (Bologna) - vi è un Museo a cielo aperto che è il Museo dei Botroidi di Luigi Fantini. Una zona, una delle poche in Emilia Romagna e più in generale in Italia, ad essere rimasta ancora intatta e incontaminata, dunque lontana dalle speculazioni edilizie e per questo ancora  con una propria inconfondibile identità ambientale e storica che vanno naturalmente salvaguardate e custodite.

La stessa Val di Zena - quaranta chilometri di linfa vitale che nasce sugli Appennini  e sfocia nella Pianura padana - ancora oggi permette di scoprire scenari incontaminati, impreziositi dalla presenza di piccoli borghi antichi come il borgo medievale di Tazzola, di cui le prime notizie risalgono niente meno che all'anno 1000.


Proprio qui, all’interno di un'antica stalla in sasso, restaurata con la terra cruda, si è ottenuto uno spazio dove conservare e far conoscere i sassi antropomorfi di arenaria, chiamati Botroidi. Si tratta di reperti che sono stati scoperti negli anni '60, lungo il torrente Zena, da Luigi Fantini, studioso della storia della terra e dell'uomo, e ritrovati nel 2006 nei sotterranei del Castello di Zena durante il rilievo del sito, con la collaborazione del Gruppo Speleologico Bolognese.

Il Museo dei Botroidi è, più dettagliatamente, un percorso creato proprio per raccontare le particolarità ambientali e geologiche del territorio inerente la Val di Zena e il Contrafforte Pliocenico, con richiami che rimandano alla storia, all’archeologia e alle scienze naturali. In 10 metri si attraversano circa 70.000.000 di anni; partendo dalle sabbie gialle del Pleistocene si arriva alle argille, passando per i gessi e le arenarie.


Oltre a ciò, il percorso si distingue per l'opportunità di poter toccare con le mani i materiali, anche veri fossili di pesci e minerali del territorio tra cui la famosa pietra fosforica bolognese. Materiali che, in parte, sono stati donati dalle persone del luogo, che negli anni li avevano recuperati nei campi.

L’esperienza tattile, tra l’altro, è una caratteristica saliente del Museo dei Botroidi perché, come si evince dalla mission dello stesso progetto, dando la possibilità al visitatore di toccare con mano la geologia si cerca di stimolare un’esperienza completa: “Sentire con le mani la differenza tra l’arenaria e l’argilla, tra la selenite e la barite permette di riscoprire capacità che nella vita quotidiana sopprimiamo “grazie” alla facilità del mondo che ci circonda”.


Un’esperienza nata coinvolgendo dapprima i bambini delle scuole per poi estenderla anche agli adulti, con risultati sorprendenti. E dunque si è finito, in modo altrettanto spontaneo, col dare vita ad un museo dove esiste, senza artificiosi sistemi, un percorso adatto davvero a tutti. Il contatto con la terra, infatti, permette di vivere esperienze di conoscenza che accomunano tutti i visitatori nello stesso modo, senza nessuna distinzione.

L’esperienza tattile, peraltro, è avvalorata dalla collaborazione con il Museo Tolomeo e con l’Istituto dei non vedenti di Bologna “Francesco Cavazza” dove, all’interno dell’atelier dello stesso Istituto, è presente dai primi mesi del 2017 una piccola sezione del Museo dei botroidi.


Sono stati anche creati contatti e ponti culturali con l’estero essendo, all'interno del Museo, visibili anche Botroidi provenienti da altri paesi del mondo come Algeria, Libia, e altri ancora.

Gli amanti del trekking, infine, possono visitare il Museo unendo alla visita un percorso tra i 100 più belli d'Italia, che passa dal borgo Tazzola e collega il Castello di Zena al Monte delle Formiche. 

Per reperire infine maggiori informazioni sul museo, per le visite, vi consiglio di dare un’occhiata al sito del museo che è associato al Parco Museale della Val di Zena. L'ingresso è a offerta libera, si paga solo quello che si pensa possa essere giusto. Lodevole, no?

febbraio 20, 2018 / di / 0 Comments

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