10 maggio 2015

Mother alla Muratcentoventidue di Bari dal 16 maggio

Sarà inaugurata sabato 16 maggio alla galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea di Bari la mostra Mother che vede sei artiste confrontarsi sul tema della figura materna.

Le artiste coinvolte - Rita Casdia, Elisabetta Di Sopra, Anahita Hekmat, Chrischa Venus Oswald, Jenna Pippett e Karen Trask - esplorano quella relazione primaria nella vita di ogni essere vivente, fondamentale per la costruzione di tutti i rapporti successivi: la relazione madre-bambino.

La prima, Rita Casdia, indaga attraverso la video animazione, il disegno e la scultura, mondi emozionali a metà tra sogno e realtà, rivolgendo la sua attenzione principalmente ai meccanismi elementari dei sentimenti umani, con uno sguardo attento alle dinamiche generate dai legami affettivi e dalla sessualità.

Rita Casdia, Mammina, 2005

Nel video in mostra, Mammina, la protagonista - in uno stato ipnotico - va incontro a un uomo, uno dei tanti che potrebbero renderla mamma. Le scene successive rimandano ad uno stato confusionale e appaiono dettate da eventi fisiologici. Sarà la bambina, appena venuta al mondo, a condurre le redini di una stabilità familiare mai nata.

La ricerca artistica di Elisabetta Di Sopra si esprime in particolar modo attraverso l’uso del linguaggio video per indagare sulle dinamiche più sensibili della quotidianità e delle sue microstorie inespresse, dando centralità al corpo femminile in quanto custode di una memoria e di un suo linguaggio espressivo.

L’artista presenta tre video: nel primo, Aquamater, una madre e una figlia sono alle prese con un gesto semplicissimo, ossia quello della figlia che, lasciando cadere dell’acqua dalla sua bocca a quella della madre, le restituisce simbolicamente la vita che ha ricevuto.


Più lirico, e angosciante allo stesso tempo, è Untitled: video che racconta, con un punto di vista distaccato, ciò che solo le donne diventate madri, e che quindi vivono o hanno vissuto l’esperienza dell’allattamento sanno, e cioè che la maternità, al di là della retorica, può essere fatica e strazio e non solo gioia. Il seno della madre non smette di gocciolare al richiamo di suo figlio. Questa situazione di privazione non ha soluzione: il bambino continua a piangere, il seno a lasciare che vada sciupato il suo prezioso contenuto. Vuole essere una riflessione sulla retorica dei buoni sentimenti senza per questo mettere in dubbio l’amore materno come la forma più sacra delle relazioni.

Il terzo, intitolato Mamma, è un breve frammento di found footage super8 che ritrae la madre dell’artista sulle note di Satie.

Il lavoro di Anahita Hekmat comprende una vasta gamma di media dai più tradizionali, come la fotografia, il disegno e la video installazione, ai più innovativi. Nei suoi video ella parte da frammenti d’immagini, girate durante i suoi viaggi con un approccio documentario, e mediante il time stretching, la manipolazione e la sovrapposizione, crea una finzione poetica e mitica.

A. Hekmat, Apparition 2

La serie dal titolo Apparizioni, in cui dei bambini interagiscono con l'ambiente circostante e le persone adulte, è un work-in-progress sul tema dell'infanzia, sul quale la Hekmat lavora dal 2004.

Nel video in mostra, Apparition II, una madre e un bambino sono mostrati nella loro vita quotidiana e il trattamento formale delle immagini serve a rivelare la magia che la realtà può comunicare. Una madre nasconde il suo bambino coprendolo con un cappotto nero su di un marciapiede. I loro movimenti, sottolineati da bande nere che si allungano sullo schermo, richiamano una cerimonia religiosa d’iniziazione.

Il linguaggio preferito da Chrischa Venus Oswald è quello della performance. Nella sua ricerca mette a fuoco da un lato le problematiche relative alla condizione umana e dall’altro i codici di comportamento e l’identità dell’individuo nel rapporto complessivo con la società.

In mostra Mother Tongue, un’installazione video a due canali nella quale è lei stessa protagonista insieme a sua madre. L’opera riguarda il rapporto molto speciale tra madre e figlia e il recupero del nostro patrimonio animale. I gatti e gli altri animali leccano i volti e i corpi dei loro figli che, a loro volta, leccano quelli del genitore per dimostrare il loro amore ma anche per una sorta di rituale di pulizia, che serve a sancire un legame da entrambe le parti. Il gatto, non a caso, è una creatura spesso associata alla donna e alla maternità nel mito, nei racconti e in generale nel nostro immaginario.


All’artista interessa sapere che cosa succede se questo comportamento è trasferito nel mondo umano. Poiché nella nostra società leccare ha una connotazione sessuale può, di conseguenza, sembrare strano e forse quasi incestuoso ciò che è fondamentalmente un atto di purificazione. Per questo ciò che originariamente ha una valenza positiva finisce con l’assumere il significato opposto a causa di quello che si tende comunemente a pensare nel contesto sociale, limitando così il pensiero e il comportamento umano.  

Partendo da una collezione di cimeli di famiglia, il lavoro di Jenna Pippett cerca di creare un legame con il passato ri-immaginando degli eventi e delle situazioni della propria storia famigliare: alla fine degli anni '60, sua nonna, suo nonno e sua madre (di 4 anni) si trasferirono in Australia fuggendo dalla Cecoslovacchia.

J. Pippett, Mother Mask

Interessata a comprendere la vita e le circostanze della propria storia famigliare, l’artista ha finito col raccogliere informazioni e racconti nel corso degli anni, e attraverso un processo di manipolazione digitale ha in tal modo creato nuovi scenari avvalendosi dei ricordi. Gli interventi spesso basati sulle alterazioni delle immagini originali sono divertenti e ironici ma rimangono tuttavia rispettosi, nella consapevolezza del valore di questi cimeli. Alterare e giocare con i ricordi, la conduce a creare modi nuovi e intercambiabili di visualizzare gli eventi del passato.

Nel lavoro in mostra Mother Mask 1&2, l’artista mostra in loop tre generazioni di donne della sua famiglia: la nonna, la madre e lei stessa e, mediante il sopra citato processo di manipolazione digitale combina video e immagini creando, così, ritratti in 3D. Il titolo riprende la frase o pensiero comune "tu hai gli occhi di tua madre" riflettendo su ciò che viene tramandato di generazione in generazione, che si tratti di caratteristiche genetiche o aneddoti.

Le parole hanno un ruolo centrale nella ricerca artistica di Karen Trask che è attratta dalla loro natura effimera e transitoria. Giocando con testi e forme narrative di vario genere, tratta i temi dell’assenza, della presenza, della memoria, dello spazio e del tempo. Le sue ultime opere sono spesso forme ibride fra installazione, scultura, video, performance e libro d'artista.

Nel video in mostra, Mothertext, l’artista cerca di dare un significato alla perdita di una persona cara, e di reinventare un rapporto madre-figlia al di là del sentimento di mancanza e di dolore vissuti durante l’infanzia.




Mother, 16 maggio - 30 giugno 2015, Galleria Muratcentoventidue Artecontemporanea - Via G. Murat 122/b, Bari - dal martedì al sabato dalle 17:30 alle 20:30. Per info: 393.8704029 – 392.5985840; mail: info@muratcentoventidue.com oppure visitare il sito www.muratcentoventidue.com.
15:10:00 / di / 0 Comments

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