1 dicembre 2014

Piccole, grandi rivoluzionarie: Shamsia Hassani e il mondo dei graffiti a Kabul

Nascere donna in una società fortemente e tendenzialmente patriarcale come lo è sempre stata Kabul è già di per sé un atto rivoluzionario, se poi quella donna si prefigge di condurre una propria, apparentemente piccola, rivoluzione per affermare la propria essenza e dignità, e con sé quella delle proprie sorelle e madri, ha già vinto - comunque vada - la sua battaglia. Ce ne sono per fortuna di testimonianze attive, e neanche tanto sporadiche, da parte di queste donne dalla tempra forte - seppur mitigata dalla caratteristica mitezza - a Kabul, così come nelle altre Kabul del mondo.

Una di queste è Shamsia Hassani, la prima e più famosa street artist di Kabul. Shamsia - classe 1988 - infatti, si dedica a dare nuova vita e bellezza ai muri martoriati dalle bombe e dai colpi dei mortai, lascito di oltre un trentennio di guerre, attraverso quell’arte di strada comunemente nota con il nome di graffiti.


“Solitamente dipingo sui muri donne col burqa rivisitate in chiave moderna, voglio parlare della loro vita, trovare un modo di toglierle dall’oscurità, aprire le loro menti, generare un qualche cambiamento positivo provando a rimuovere tutti i brutti ricordi della guerra dalla mente di ognuno, ricoprendo i muri di una città triste con colori vivaci” è quanto ha avuto modo di sostenere la Hassani riguardo la sua sfacciata arte (dipinge utilizzando il tradizionale velo islamico senza ricorrere al burqa, come la maggior parte delle donne afghane, per cui il suo grazioso viso rimane scoperto).


Arte per la quale Shamsia nutre una forte passione fin da piccola, una passione che coltiva dapprima da autodidatta - “ho cominciato a praticare l’arte come ogni altro, ossia da piccola, solo che molti una volta cresciuti si arrendono, io non ho mollato e anche senza insegnanti ho continuato” - per poi, dopo aver trascorso l’infanzia in Iran dove i suoi genitori (originari di Kandahar) si erano temporaneamente rifugiati, iscriversi alla Facoltà di Arte di Kabul nel 2006 e qui cominciare ad interessarsi all’arte contemporanea al punto che qualche anno più tardi, nel 2009, viene selezionata tra i migliori dieci artisti del Paese e inserita in un’associazione, Rohsd (crescita in arabo), dedita all’arte contemporanea.

L’anno successivo fu quello decisivo, il 2010 difatti frequenta un workshop tenuto dal graffitista inglese Wayne "Chu" Edwards, uno dei più noti graffiti artist in 3D nonché sviluppatore di giochi per pc come Aladino per la Game Boy, che le rivela l’arte dei graffiti. Così inizia a dipingere con bombolette spray, ma anche con pennelli e acrilici, i muri di Kabul utilizzando come colore predominante l’azzurro, il suo colore preferito, il colore del cielo e del tradizionale burqa ma anche il colore, sostiene Shamsia, della libertà.


Naturalmente non è per niente facile dipingere sui muri a grandezza naturale di Kabul, specie se si è donne e per giunta non si indossa neanche il vestiario tradizionale, quel burqa che può lo stesso risultare oggetto di apprezzamenti lascivi a causa di mani e piedi lasciati scoperti; la Hassani solitamente lavora indossando una mascherina sulla bocca e il tipico velo e questo la espone continuamente a rischi di molestie e aggressioni, non di rado capita che vengano lanciati sassi nella sua direzione e quando ciò accade l’artista preferisce sospendere momentaneamente il suo lavoro e rientrare a casa per rielaborare al pc, mediante Photoshop, ogni dettaglio dell’intervento urbano interrotto dall’ignoranza, retaggio di un’arretratezza culturale che sembra essersi fermata all'epoca medievale.


Ma la tenace Shamsia (Sole in arabo), che nel frattempo è diventata docente di scultura presso la Facoltà di Belle Arti di Kabul ed espone le sue opere non solo nelle ambasciate estere del suo Paese ma anche altrove (India, Germania, la stessa Italia), da portavoce dei diritti delle donne non molla e si dedica ora anche all’arte digitale tanto da aver dato vita ad una produzione di immagini e foto digitali, la Dreaming Graffiti (“fotografo gli scorci delle città che mi piacciono, apro le immagini in programmi come Photoshop e creo disegni digitali, oppure stampo le foto e le dipingo in studio”), nell’ambito della quale l’artista s’ispira a uno dei più famosi esponenti della street art mondiale, quel Banksy con cui spera un giorno di poter realmente lavorare. E allora non resta che augurarle che i suoi raggi di sole arrivino fino a lui.







dicembre 01, 2014 / di / 0 Comments

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